JUNG Carl Gustav

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JUNG Carl Gustav

n. a Kesswil (Svizzera) nel 1875 - m. a Küsnacht nel 1961, psicologo e psicoanalista svizzero, fondatore della psicologia analitica.

1. Nato in una famiglia fortemente religiosa (il padre era pastore protestante), compì la sua formazione all’Università di Basilea, ove conseguì la laurea in medicina nel 1902. Studiò con lo psicopatologo francese P. Janet alla Salpêtrière e fu assistente dello psichiatra svizzero E. Bleuler al Burghölzli. L’incontro che nel 1907 ebbe con​​ ​​ Freud costituì una svolta nella sua vita. L’anno seguente, infatti, fu nominato redattore del primo periodico di​​ ​​ psicoanalisi, lo​​ «Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschung», e nel 1911 fu eletto presidente della Società psicoanalitica internazionale. Divergenze radicali sul carattere non sessuale della​​ libido,​​ portarono J. a rompere definitivamente i suoi rapporti con Freud e ad aprirsi a problematiche filosofiche, letterarie, storiche, religiose, esoteriche. Per salvare la psicoterapia in Germania dagli attacchi del regime nazista, nel 1933 accettò la presidenza della​​ Allgemeine ärztliche Gesellschaft für Psychotherapie.​​ A partire dal 1935 tenne lezioni al Politecnico di Zurigo, al Centro Tavistock di Londra, alla Harvard University di Cambridge, alla Yale University di New Haven. Nel 1948 fondò a Zurigo un istituto di ricerca che ancora oggi porta il suo nome.

2. Uno degli aspetti particolarmente nuovi all’interno del sistema junghiano è quello che riguarda la​​ libido.​​ Mentre, infatti, Freud la considerava come unica fonte di energia psichica, vero aspetto pulsionale e sola spinta al comportamento, J. riteneva che in realtà nell’uomo sono presenti diverse forme di energia psichica, tutte importanti e decisive come spinte pulsionali, e tra esse va collocata – senza alcun primato particolare – la​​ libido.​​ Un altro aspetto che differenzia J. da Freud riguarda la combinazione tra causalità e teleologia. Secondo lo psicologo svizzero, infatti, il comportamento quotidiano è dovuto, oltre che a tutta una serie di fattori causali (storia individuale, razza, appartenenza, ecc.), anche a orientamenti finalistici, ossia a fini e aspirazioni che ogni singolo individuo scorge dinanzi a sé nel corso della sua esistenza.

3. Di conseguenza, la teoria della personalità di J. sottolinea non tanto i determinismi biologici e i legami infantili, il più delle volte traumatici, così come sostiene Freud, ma il bagaglio di un passato molto più lontano, che affonda le radici nelle primitive esperienze della specie umana e che è composto da miti, religioni, usi e riti. Di conseguenza, 1’​​ ​​ inconscio non è considerato esclusivamente un ricettacolo individuale di esperienze infantili rimosse, ma anche il luogo collettivo di una psiche oggettiva, che rimanda alle basi filogenetiche, istintuali della specie umana; ed è proprio all’inconscio collettivo che appartengono gli​​ archetipi,​​ che sono strutture fondamentali dell’esperienza psichica, predisposizioni a rivivere le esperienze essenziali della specie umana, modelli o stampi su cui si specificano le diverse tappe della maturazione umana.

4. Tra gli​​ archetipi​​ J. considera di massima importanza il​​ Selbst​​ (il Sé), che è l’immagine della maturità psichica, il modello dell’integrazione funzionale e della stabilità della personalità. Esso è il punto centrale, attorno a cui si raggruppano tutti gli altri sistemi, li mantiene uniti e dà equilibrio, unità e stabilità. All’educatore, quindi, è affidato il compito di garantire l’«autosviluppo sorvegliato» del bambino e di tenerlo lontano da ogni tipo di pericolo, così che possa raggiungere l’unione armonica del conscio con l’inconscio.

Bibliografia

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E. Fizzotti