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MEZZI DIDATTICI

 

MEZZI DIDATTICI

Con la denominazione m.d. potremmo intendere tutti quei materiali o strumenti che possono essere utilizzati negli interventi formativi.​​ Qualsiasi apparecchiatura o materiale cioè,​​ che faciliti,​​ aiuti in qualche modo,​​ i processi di insegnamento-apprendimento.​​ A volte il loro nome varia a seconda dell’ambiente in cui si utilizzano e delle peculiarità che si intendono sottolineare. Si sente parlare, in modo più o meno appropriato di​​ sussidi didattici,​​ di​​ materiale​​ ​​ audiovisivo,​​ di​​ m. per l’istruzione,​​ di​​ risorse per l’aula,​​ di​​ attrezzature didattiche.​​ Tutte le denominazioni comunque sottolineano l’aspetto principale del m.d. che è quello di rendere il processo di insegnamento-apprendimento più facile e più efficiente in relazione agli obiettivi da raggiungere.​​ 

1.​​ Utilizzazione.​​ In campo pedagogico si sente sempre di più la necessità di facilitare i processi formativi attraverso metodologie, m. e strumenti che rendano gli interventi più interessanti, attenti alle nuove sensibilità delle persone ed al nuovo modo di comunicare. Il m.d. certamente non risolve problemi di carenza organizzativa o contenutistica e, se viene considerato in modo isolato, può anche dimostrarsi un elemento poco significativo e diventare controproducente. Può far nascere, in particolare inizialmente, delle forti speranze di miglioramento pedagogico-didattico che difficilmente vengono poi concretizzate creando così successivamente amarezza e frustrazione per la poca o nulla efficacia degli investimenti fatti. Oggi nell’ambiente formativo sono presenti diversi m.d. Inevitabilmente però una loro utilizzazione sistematica nei processi di insegnamento-apprendimento obbliga a ripensare l’intera progettazione con tutto ciò che viene coinvolto nella fase operativa: ambienti, persone, obiettivi da raggiungere e contenuti da comunicare, modalità da utilizzare. I m.d. perciò, per contribuire efficacemente a miglioramenti significativi e duraturi dovrebbero essere considerati nell’insieme di un progetto globale e non come elementi autonomi, quasi staccati dalla realtà formativa. Utilizzati senza continuità o in modo sporadico e casuale, difficilmente contribuiscono positivamente allo sviluppo degli interventi progettati. Molto si è fatto nel perfezionare i m.d. tradizionali come il libro di testo e per progettarne di nuovi. Il perfezionamento dei m.d. tradizionali e la costruzione di nuovi è quanto mai utile, crea però non pochi problemi di tipo gestionale e pedagogico-didattico obbligando a ripensare le modalità con cui si interviene nel mondo formativo a tutti i livelli. È praticamente difficile avere un buon apprendimento in un gruppo strutturato, senza un uso sistematico e non saltuario di strumenti che aiutino ad estendere i messaggi tradizionali, perfezionarli, renderli più intuitivi e facilmente ripetibili, soprattutto per chi ha scarse capacità di astrazione. Inoltre è praticamente difficile gestire tali m. efficacemente se operatori ed allievi non acquisiscono capacità di gestire e leggere i nuovi linguaggi. L’avvento del testo stampato nel passato ha creato una situazione analoga obbligando a rivedere radicalmente le modalità di intervento nei processi formativi di allora. Il m.d. può diventare realmente un elemento di motivazione e di innovazione nel processo formativo e un concreto aiuto nell’agire quotidiano, però è necessario in chi lo usa una conoscenza delle sue peculiarità e una capacità di ottimizzarne le possibilità pedagogico-didattiche inserendolo nello sviluppo dell’intervento nel modo e al momento opportuno.

2. Tipologia.​​ Nel classificare i m.d. potremmo essere più attenti alle caratteristiche pedagogico-didattiche oppure a quelle tecniche, storiche, commerciali, di utilità pratica. In base a ciò che si intende evidenziare si possono avere diversi prospetti. Una classificazione utile in campo formativo è quella che distingue tra​​ m.d. tradizionali​​ e​​ altri m.d.​​ tipo audiovisivi, computer o sistemi integrati come potrebbe essere ad es. una stazione multimediale o un laboratorio linguistico. È una classificazione che ci permette di evidenziare maggiormente alcune caratteristiche fondamentali tipiche dei nuovi strumenti: come il maggior numero di possibilità didattiche, la possibilità di conservazione del​​ ​​ software​​ didattico, la maggiore o minore difficoltà di utilizzazione, i costi iniziali e di esercizio, la trasportabilità, le esigenze di opportune strutture come aule attrezzate per un loro uso ottimale e la necessità di fonti energetiche per il funzionamento. Tra i m.d. tradizionali possiamo collocare la grande famiglia delle​​ lavagne,​​ i cartelloni,​​ le fotografie,​​ i poster,​​ i plastici,​​ i modelli,​​ i block notes giganti​​ e in particolare, in ambienti scolastici,​​ i libri,​​ le dispense,​​ le schede,​​ i fogli di lavoro.​​ Sono questi m. che non necessitano di energia elettrica per funzionare e che possono essere utilizzati in condizioni più disparate senza richiedere ambienti particolarmente attrezzati. In un certo senso li potremmo chiamare​​ m. visivi​​ il cui​​ software​​ non è proiettabile o​​ m. «poveri»​​ come alcuni autori li chiamano, sottolineando così il basso costo di gestione, la possibilità di utilizzo in ambienti assai diversi e poco attrezzati e senza richiedere fonti energetiche particolari. Sono m. ancor oggi molto utilizzati, per la loro semplicità e praticità. Tra gli altri m.d. potremmo invece collocare:​​ m. audiovisivi; laboratori linguistici; m. informatici; sistemi integrati​​ più o meno interattivi (Personal Computer [PC] + videoregistratore + lettore di dischi);​​ stazioni multimediali.​​ Sono m.d. più o meno sofisticati. Alcuni di essi utilizzano esclusivamente o in modo integrato il PC e richiedono in ogni caso un’organizzazione didattica efficiente e costi sia per l’acquisto come per la gestione normalmente maggiori dei m.d. più tradizionali, oltre che un personale preparato per un loro uso anche solo minimale, fonti di energia e sovente aule attrezzate.

3.​​ Uso nell’ambito formativo.​​ Oggi vi si fa largo uso di m., sussidi, strumenti didattici, molti dei quali sono conosciuti. Qui ne vengono presentati tre: uno «tradizionale», la lavagna comune; uno più recente, ma legato alla didattica tradizionale, la lavagna luminosa; ed infine uno completamente innovativo, plurifunzionale, non legato esclusivamente al mondo formativo, il computer. La scelta è stata fatta tenendo presente il forte uso per i primi due e la novità per il terzo.

3.1.​​ Lavagna.​​ Uno dei più comuni strumenti utilizzati in un’aula scolastica è certamente la lavagna: una lastra di ardesia o di materiale sintetico di dimensioni diverse, sulla cui superficie piana si può scrivere, disegnare e cancellare facilmente. a) Anche se non è uno strumento didattico antichissimo (l’apparizione della lavagna di ardesia nelle aule scolastiche risale a circa 150 anni or sono) e non si può prevedere che continuerà ad avere la popolarità avuta sino ad oggi, è difficile pensare di svolgere dei corsi senza che in qualche modo venga chiamata in causa. Si utilizzano normalmente gessetti bianchi o colorati per le lavagne di ardesia o di materiale sintetico sovente di colore verde e, per quelle con superficie laminata bianca, pennarelli colorati di diverso spessore. Particolarmente le lavagne bianche vengono rese magnetiche interponendo una lamina metallica sotto la superficie su cui si scrive. Ci sono anche lavagne fosforescenti retroilluminate che evidenziano le scritte fatte con pennarelli opportuni, lavagne di ceramica o di altro materiale e per usi particolari. b) Estendendo il senso del termine, potremmo anche parlare di lavagne di panno, lavagne adesive su cui si possono riportare scritte o figure. Nelle grandi aule scolastiche si trovano grosse lavagne mobili, a fogli scorrevoli verticalmente in modo da rendere disponibile, per un intervento, vaste superfici. La lavagna è ancora oggi uno strumento molto semplice ed economico per spiegare, presentare concetti, fare dimostrazioni. Non esige una preparazione particolare da parte di chi la utilizza; è solo necessario acquisire un minimo di manualità nello scrivere in modo che si possa leggere bene da ogni punto dell’aula per coinvolgere tutti i presenti con efficacia, e saper scegliere gli strumenti per scrivere e cancellare in modo da facilitare le operazioni essendo necessario farlo e cancellare praticamente con continuità.

3.2.​​ Lavagna luminosa.​​ Apparecchiatura che proietta su uno schermo adeguato, scritte, disegni o immagini riportate su un supporto trasparente prima o durante l’intervento (​​ lezione, conferenza). a) È un m.d. molto diffuso per la sua praticità e possibilità d’uso in ambienti normali. Inoltre permette la proiezione dei trasparenti rimanendo sempre rivolti verso il pubblico, controllando meglio così il processo comunicativo e l’efficacia immediata di quanto si sta presentando. Ci sono in commercio diversi tipi di lavagne luminose. Normalmente si usano lavagne a cassonetto, a volte un po’ ingombranti, ma adatte ad aule più o meno grandi. Ci sono anche lavagne luminose portatili molto leggere e compatte. Le lavagne luminose sono costituite da una sorgente luminosa montata su un sistema a specchi concavi per convogliare meglio il fascio di raggi luminosi verso il piano di lavoro; da una grossa lente (lente di Fresnel) su cui vengono posti i supporti trasparenti; da un sistema ottico di lenti e specchi per concentrare e dirigere il fascio luminoso su uno schermo generalmente alle spalle del relatore e da un sistema di raffreddamento per mantenere la temperatura della lampada nei limiti voluti. Esistono anche lavagne luminose per usi particolari con possibilità di aggiungere accessori per proiettare contemporaneamente diapositive oppure per ottenere una simulazione del movimento. È uno strumento audiovisivo che risale al dopoguerra. b) Rispetto alle lavagne tradizionali ha una migliore resa e possibilità di preparare e conservare il prodotto (software),​​ ma ha un costo di gestione maggiore della lavagna tradizionale dovuto al ricambio periodico della sorgente luminosa, al costo dei pennarelli e supporti trasparenti. Inoltre richiede ambienti con sorgenti di energia elettrica opportune. È comunque un m.d. molto utile nella presentazione di un argomento specialmente se i trasparenti sono stati costruiti con attenzione alle esigenze di una comunicazione efficace e se viene presentato con tecniche che aiutano a seguire il discorso: la rivelazione graduale, la sovrapposizione di più trasparenti, l’animazione di alcuni particolari o il completamento di un trasparente base con ulteriori indicazioni.

3.3.​​ Computer.​​ È un termine preso dalla lingua ingl. che indica una macchina capace di elaborare dati in base a programmi prestabiliti. Potrebbe essere definito come un insieme di circuiti elettronici e di altri dispositivi, uno strumento di carattere universale, capace di elaborare informazioni per scopi prestabiliti. a)​​ Una macchina diversa da quelle tradizionali.​​ Il computer è una macchina che può essere finalizzata di volta in volta a vari compiti specifici secondo le esigenze, modificando solo le indicazioni dei programmi che sono preposti al suo funzionamento e non la struttura fisica. Si presenta quindi come una macchina con caratteristiche di «universalità», aperta e flessibile. È costituito da una componente fissa detta​​ hardware​​ e da una componente logica flessibile, i programmi, denominati normalmente​​ software​​ (​​ informatica), senza i quali è praticamente un insieme di pezzi tanto costosi quanto inutili. Il termine computer (in it. si potrebbe chiamare «elaboratore») può indicare realtà fisiche diverse. Attualmente sono presenti sul mercato computer con costi e potenzialità operative assai vari. Ci sono i​​ microcomputer​​ portatili (alcuni tipi, per le piccole dimensioni e peso, vengono chiamati​​ lap top)​​ o da tavolo, da ufficio, chiamati anche​​ personal computer​​ per indicare un uso prevalentemente personale e autonomo, non in un gruppo o in rete; i​​ minicomputer; i main-frames​​ e i​​ supercomputer​​ utilizzati nei grandi centri di ricerca, nei laboratori, nelle imprese e nella burocrazia dove è necessario avere il controllo di situazioni particolari, ad es. gestione di banche dati, contabilità, controllo della situazione di pratiche, rotte dei satelliti. Ci sono poi altri computer particolari dedicati a usi specifici, come ad es. giochi, controlli di fenomeni o di processi che integrano servizi o servomeccanismi. b)​​ Una macchina recente.​​ Anche se i primi tentativi di facilitare i calcoli aritmetici mediante macchine risalgono ad epoche remote, bisogna attendere il 1600 con G. Schikard, Pascal e Leibniz, e più in particolare il 1800 con T. di Colmar e C. Babbage per vedere costruito un qualche dispositivo che assomigli, almeno per alcune funzioni, al computer attuale. La prima generazione di computer, come oggi noi li concepiamo, risale agli anni ’40 con la costruzione di una macchina automatica, prima per opera di H. Aiken dell’università di Harvard con l’aiuto della IBM, chiamata Mark I e poi da parte di W. Mauchly-Presper Eckert dell’università della Pennsylvania, chiamata ENIAC. La prima macchina fu costruita utilizzando circa 3000 relais telefonici; la seconda con 18.000 valvole termoioniche. Quindi, a ritmi sempre più crescenti, sia negli USA che in Europa, si sono fatte molte ricerche per perfezionare tali macchine e da allora si sono susseguite ben 4 generazioni segnate da cambi tecnologici molto vistosi. Il computer è passato dal componente base della​​ valvola termoionica​​ degli anni ’50, al​​ transistor​​ degli anni ’60, al​​ circuito integrato (chip)​​ degli anni ’65-70, al​​ circuito altamente integrato LSI (Larg Scale Integration)​​ degli anni ’70-80, sino agli attuali. L’evoluzione tecnologica ha portato a prestazioni sempre più elevate ed a consumi energetici, costi ed ingombri sempre più bassi. c)​​ Utilizzazione.​​ Non c’è ormai settore produttivo e di servizi nella società attuale che in qualche modo non utilizzi un computer direttamente o indirettamente. Si sono creati certamente non pochi problemi di tipo sociale legati all’occupazione, alle nuove fonti di potere e di «aristocrazia informatica», però si sono aperti nuovi campi di ricerca che solo qualche decina d’anni fa non erano immaginabili. In campo formativo il computer si sta dimostrando assai valido per migliorare i processi di insegnamento-apprendimento, sia come «personal», a sé stante, sia condividendo risorse ad es. in rete come elemento di un gruppo, sia come elemento integrativo nella gestione di altri strumenti. I primi tentativi di utilizzare i computer ai fini dell’apprendimento risalgono agli anni ’50, sotto l’influsso dell’​​ ​​ istruzione programmata. Gli ostacoli più gravi che si sono subito presentati sono stati innanzitutto di tipo economico, dovuti agli alti costi dell’hardware,​​ quindi di tipo culturale, gestionale e pedagogico-didattico. Già dall’inizio, pur sottolineando un futuro brillante per tale nuovo strumento, fu necessario confrontarsi con delle nuove problematiche legate principalmente alla creazione di attese ingiustificate e di false sicurezze; all’impoverimento dell’informazione per le semplificazioni che si dovevano fare; al rischio di abbandonare, nei processi formativi, le tradizionali forme di insegnamento già collaudate; all’impoverimento di rapporti interpersonali; alla necessità di rivedere la logica del gruppo «classe» per lasciare spazio ad un insegnamento più individuale, tipico del personal computer, che si presta meglio per un uso in piccoli gruppi o singolarmente. Il perfezionamento tecnologico e ulteriori studi sui processi di insegnamento-apprendimento hanno comunque evidenziato anche le sue grandi possibilità nei processi formativi per lo sviluppo delle singole discipline e nell’insegnamento assistito (in inglese C.A.I.,​​ Computer Aided Instruction).​​ L’uso del computer nei processi formativi può essere quindi molto articolato. Può aiutare nel reperire informazioni in tempo reale; creare un ambiente per fare delle esercitazioni (drill & practice);​​ per esercitarsi in calcoli, formule o acquisire abilità specifiche; per guidare nell’apprendimento (tutorial)​​ con livelli di interattività diversi; per simulare fenomeni fisici e matematici; per aiutare nella risoluzione di problemi (​​ problem solving);​​ per simulare un «compagno di giochi»; per aiutare nell’acquisizione di una cultura informatica; per elaborare testi e dispense (word processor),​​ fogli elettronici (spreadsheets)​​ e archivi (data base),​​ tabulati contabili; per disegnare (computer design)​​ o operare in ambiente grafico in generale o infine per produrre animazioni,​​ ipertesti​​ più o meno complessi, banche dati. Le applicazioni didattiche del computer non sono poche e sono aperte; molto dipende dal​​ software​​ disponibile e dalle possibilità degli operatori. Nella formazione il computer non ha un ambito ben definito come lo hanno altri strumenti, ad es. una lavagna luminosa. Si presenta ancora come uno strumento relativamente giovane, non completamente conosciuto nelle sue potenzialità, anche se abbastanza potente e capace di venire incontro a svariate esigenze. È però una macchina che ha bisogno di contenuti e programmi fatti dall’uomo per diventare utile, programmi che, oltre ad essere tecnicamente validi, necessitano anche di una impostazione pedagogico-didattica, in quanto saranno utilizzati in ambienti formativi. In questo senso un suo sviluppo nel campo della formazione è condizionato dallo sviluppo del​​ software didattico,​​ non sempre abbondante e didatticamente interessante. Tuttavia, nonostante limiti reali che si evidenziano in un suo uso sistematico, è certamente uno strumento che può contribuire notevolmente a rendere l’insegnamento più personalizzato e rispettoso di ritmi di apprendimento diversi; diventare un «amico simpatico» nello studio che non si adira mai e che fa risparmiare tempo in operazioni ripetitive di calcolo e di scrittura. Può quindi migliorare i processi di insegnamento-apprendimento, anche se non in modo automatico e senza uno sforzo di aggiornamento da parte del personale operante nell’ambiente formativo.

Bibliografia

Filippazzi F. - G. Occhini,​​ Il computer: capire e applicare l’informatica,​​ Milano,​​ Il Sole 24 Ore, 1990;​​ Ellington H. - P. Race,​​ Producing teaching materials. A handbook for teachers and trainers,​​ London, Kogan Page,​​ 1994; Homson J. B.,​​ M. di comunicazione e modernità: una teoria sociale dei media,​​ Bologna, Il Mulino, 1998;​​ Varisco B. M. (Ed.),​​ Nuove tecnologie per l’apprendimento: guida all’uso del computer per insegnanti e formatori,​​ Roma, Garamond, 1998;​​ Cerretti F.,​​ La comunicazione: dalla cultura orale alla cultura elettronica,​​ Leumann (TO), Elle Di Ci, 2000;​​ Ferri P.,​​ Teoria e tecniche dei nuovi media: pensare formare lavorare nell’epoca della rivoluzione digitale,​​ Milano, Guerini, 2002; Galliani L.​​ et al.,​​ Tecnologie informatiche e telematiche, Lecce, Pensa Multimedia, 2002; Davis M.,​​ Il calcolatore universale: da Leibniz a Tauring,​​ Milano, Adelphi, 2003.​​ 

N. Zanni




MEZZI EDUCATIVI

 

MEZZI EDUCATIVI

In senso largo m.e. è tutto ciò che rende possibile il passaggio ai fini: gli agenti e le agenzie, i contenuti, i progetti e i metodi, i sussidi materiali, edilizi, finanziari, le condizioni che facilitano relazioni e processi. In senso stretto lo sono solo le operazioni-azioni che, componendosi in vasta sintesi, producono direttamente l’educazione.​​ 

1. I m.e. si collocano nelle istituzioni educative, impegnano tutti gli agenti e i fattori. Il m. sta tra la partenza e l’arrivo e permette il passaggio. Il m.e. permette al giovane di passare dalla partenza potenziale all’esito formativo, all’educatore dalla intenzione all’attuazione; ad educandi ed educatori permette l’attuazione della relazione educativa. La pedagogia tedesca ha sviscerato lungamente il tema, offrendo quadri e elaborazioni. Già​​ ​​ Herbart (1776-1841) distingueva il governo, l’insegnamento e la «coltura morale». Göttler (1950) distingue i m. attivati dall’educatore e quelli vissuti dall’educando sotto la sua guida: m. di stimolazione e repressione, di fissazione e liberazione. Il quadro migliore sembra quello di J. Spieler (1944): m. di esercizio e abitudine, m. della persuasione, della formazione culturale e della guida all’azione, cui aggiunge la guida d’autoeducazione e il contatto attivo con il giovane al di fuori dell’azione educativa. Su queste basi si cerca qui di seguito di indicare un quadro sistematico dei m.e.

2.​​ I m. dell’informazione.​​ Vale il principio di​​ ​​ Rosmini: quello che io non so, per me non esiste. L’informazione è la condizione iniziale di ogni essere e agire umano. I suoi m. avviano l’educazione. Alla base stanno l’incontro con la realtà, l’osservazione diretta, l’esperienza vissuta interiore, spontanea, riflessa. Più efficace può essere l’indicazione di esperti. La​​ ​​ lezione è m. antico e moderno, sistematico, ma purtroppo unidirezionale, pur con i molti correttivi che oggi si collegano ad essa. La integrano la ricerca individuale o di gruppo, il dialogo, la conversazione, la discussione. La lettura aiuta a spaziare. Efficace può essere la narrazione. Globalmente valgono la parola, il linguaggio, i concetti, le scienze, gli audiovisivi. Oggi si pone in tutta la sua ambivalenza la navigazione in internet e l’uso delle banche-dati informatiche. È efficace l’esemplarità.

3. I m. di motivazione.​​ Collegano fini e proposte con le dinamiche di assimilazione e adesione pratica: la vitalità intima, il sentimento, l’amore, la coscienza del dovere. Al primo posto è sempre stata posta la​​ ​​ autorità degli educatori, oggi dei contenuti. Accanto, in funzione strumentale, si può porre il binomio classico e discutibile dei​​ ​​ premi e castighi. Oggi si considera piuttosto la​​ ​​ motivazione legata alla valorizzazione, oggettiva, soggettiva, personale. L’amabilità attrae e lega. L’amore congiunto a ogni comunicazione la carica di dinamica persuasiva, obbligante o distogliente. Le norme educano non tanto perché comandano o proibiscono, ma se e in quanto escono dai valori della realtà e della condotta e le regolano. La stessa cosa vale per regole, regolamenti, statuti, discipline, ordini, comandi, proibizioni. Potere, governo, autorità, diritto e dovere, controllo, direzione, comando sono m. educativi solo se caricati ed espressivi delle forze di ragione e vita che li sostengono e ispirano e di cui si fanno mediatori. In tale luce di indicazione e richiamo profondo valgono l’esortazione, la lode e il biasimo o rimprovero, l’incoraggiamento, la censura, la fiducia e la stima, la testimonianza, l’avvertimento. La verità chiara e penetrante è fonte di ottima motivazione, specialmente se si fa messaggio e proposta, congiunti a testimonianza che lascia trasparire i valori che li motivano e a esemplarità ammirevole e ideale. Motivano impegni assunti, promesse, appartenenze e adesioni a gruppi e comunità, con il sostegno dell’amicizia, della stima, dell’aiuto, dell’accettazione e del potenziamento, perfino dell’emulazione lontana dall’invidia e aperta alla collaborazione e all’affidamento di responsabilità. Completano la​​ ​​ meraviglia, lo​​ ​​ stupore, l’ammirazione, la curiosità, l’esperienza precedente o procedente gratificante. In altra direzione si affacciano la fede, la preghiera, la grazia, connettendo lo spirito umano con lo Spirito Santo di Dio.

4.​​ I m. di guida educante.​​ Vengono primi l’incontro, il​​ ​​ colloquio personale, il​​ ​​ dialogo, soprattutto se danno spazio alla domanda, all’interrogazione o le suscitano, le maturano, ne valorizzano l’apporto. Ideali sono la coscienza e l’autodirezione, personale, di gruppo, di comunità, di istituzione, magari con guida esterna maturante. Autorità, regolamenti, tradizioni, comandi, codici e leggi, direzioni, controlli sono indicatori educativi se espressivi di mediatori oggettivi di realtà e doverosità di contesto e sistema e se sono promotori di vita. Così l’assistenza è esemplare e evocatrice, più guida che sicurezza di ordine. La direzione educatrice e spirituale offre aiuto sistematico progettuale. Valgono l’orientamento e il discernimento.

5.​​ I​​ m. di esperienza guidata educante.​​ La esperienza educante della vita è buon m. se attua tre condizioni: se è carica dei contenuti idonei per far crescere; se è partecipata attivamente con larghezza e profondità tale da impegnare, maturare, arricchire ogni dimensione della persona; se è mediata dalla guida esperta oggettivamente e efficace soggettivamente degli educatori. La vita educa in e con momenti quotidiani o forti. Accadimenti e andamenti personali, comunitari, ambientali, sociali, culturali, politici, religiosi, professionali offrono occasioni. Sono m.e. importanti la​​ ​​ tradizione culturale, la convivenza sociale, la vita di famiglia, la scuola, la comunità religiosa, la comunicazione sociale. Più prossimi sono gli incontri giovanili, informali e organizzati, specialmente tra coetanei, gli incontri e la relazione maschile e femminile, il​​ ​​ tempo libero, di libero impegno, il​​ ​​ volontariato, esperienze di arte varia e attività culturali; il​​ ​​ gioco, libero, dilettantistico, agonistico; le celebrazioni e le​​ ​​ feste, le marce e le dimostrazioni motivate, le visite, le esperienze di libertà responsabile.

Bibliografia

Spieler J.,​​ Die Erziehungsmittel,​​ Olten, V. O. Walter, 1944; Göttler J.,​​ System der Pädagogik,​​ München, Kösel, 1950; Geissler E. E.,​​ Erziehungsmittel,​​ Bad Heilbrunn, Klinkhardt,​​ 19826;​​ Lenzen D. (Ed.),​​ Enzyklopädie der Erziehungswissenschaft, vol. IV:​​ Methoden und Medien der Erziehung und des Unterrichts, Stuttgart, Klett-Cotta, 1985; Buckingham D.,​​ Media education:​​ alfabetizzazione,​​ apprendimento e cultura contemporanea, Trento, Erickson, 2006.

P. Gianola