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MEDIATORE INTERCULTURALE

 

MEDIATORE INTERCULTURALE

Non è possibile definire in modo rigido la figura professionale del m.i. La stessa denominazione, infatti, è messa in discussione da quanti preferiscono parlare di «m. culturale» o definirlo in altro modo, sottolineando aspetti diversi del suo ruolo e profilo professionale. Per comprendere la sua identità cercheremo di precisare i vari elementi che ne specificano la figura professionale. Possiamo anzitutto dire che si è cominciato ad avvertirne la necessità con il cambiare delle condizioni e dei progetti degli immigrati: stabilizzandosi nel territorio nazionale hanno bisogno di essere riconosciuti come interlocutori delle istituzioni e come soggetti di cui vanno rispettati i diritti e riconosciuta la diversità etnica, culturale e religiosa.

1. Il m.i. può essere visto, pertanto, come una risposta istituzionale, in una società che di fatto si riconosce come multietnica, e che incontra difficoltà di accoglienza, di inclusione sociale e di capacità di risposta ai bisogni delle persone immigrate per difficoltà di relazione, di comprensione e di comunicazione. Vi è quindi bisogno di un operatore sociale che sia capace di fare da m. in situazioni di specifiche prestazioni da parte dei servizi per agevolarne l’accesso e l’uso da parte degli immigrati; di facilitare la comunicazione e comprensione tra gli operatori istituzionali e gli stessi immigrati per favorire il riconoscimento e l’accoglienza dei bisogni, aiutando a gestire eventuali conflitti; di facilitare i contatti, incoraggiare l’interazione e lo scambio, aiutando a riconoscere le differenze e le specificità culturali, linguistiche e religiose.

2. Il m.i., pertanto, presta la sua opera a livello concreto orientando gli immigrati ai servizi pubblici e privati di cui hanno necessità e facilitandone l’accesso; facilita le relazioni e rimuove barriere di incomprensione attraverso la sua competenza linguistica e culturale; cerca di superare distanze e precomprensioni attraverso un’opera di negoziazione e interscambio tra identità culturali diverse. Per poter fare tutto questo deve avere un’ottima competenza linguistica sia in riferimento all’italiano che ad un’altra lingua; deve essere anche un buon comunicatore ed avere capacità di gestione di eventuali conflitti e tensioni che possono nascere a motivo dell’incomprensione e / o della difficoltà di accettazioni di regole che possono contrastare con abitudini e patrimonio culturali del luogo di origine; conoscere ed essere aggiornato circa l’ordinamento istituzionale della nazione che accoglie.

3. Secondo Massimiliano Tarozzi (1998) gli ambiti fondamentali nei quali il m.i. può intervenire efficacemente sono i seguenti: 1)​​ Situazioni di emergenza, nelle quali è necessario facilitare l’accesso a un servizio, aiutare a interpretare una situazione, a facilitare un inserimento scolastico più adeguato. Tutti questi sono interventi legati all’emergenza e quindi a termine; 2)​​ Funzione di back office, come consulenza e supporto ai responsabili di servizio pubblico e privato per tutto quello che può essere utile per l’espletamento del loro servizio rispettoso della condizione degli immigrati; 3)​​ Animazione interculturale; superata l’emergenza, sarà importante l’attenzione alla diversità delle culture per essere in grado di valorizzare le differenze come risorse per il bene comune.

4. Per un compito così importante e delicato il m.i. ha bisogno di un’adeguata formazione. Oltre ai corsi che si svolgono a livello locale (per es. le province di Roma e di Reggio Emilia) alcune università (Trieste, Padova, Venezia) hanno istituito dei corsi di laurea per consentire una preparazione adeguata a questa professione.

Bibliografia

Tarozzi M.,​​ La mediazione educativa. «M. culturali» tra uguaglianza e differenza, Padova, CLUEB, 1998; Belpiede A. (Ed.),​​ Mediazione culturale. Esperienze e percorsi formativi, Torino, UTET, 2002;​​ Beccatelli Gurrieri G.,​​ Mediare culture. Nuove riflessioni tra comunicazione e intervento, Roma, Carocci, 2003; Petilli S. et al.,​​ M.i. Un’esperienza formativa, Roma, Sinnos, 2004.​​ 

V. Orlando




MEDIOEVO

 

MEDIOEVO

Illitteratus,​​ sed morali experientia doctus​​ è, a dire di Sicario di Cremona (MGH, SS 31, p. 165), Federico Barbarossa [1]: un esergo più che pertinente per le annotazioni che seguono.

La storia dell’educazione lungo il M. non può essere costretta nei termini della storia delle Istituzioni scolastiche, con la quale tuttavia collude [1]. La scuola, pur nelle sue disparate accezioni, non raccoglie che una sparuta minoranza, e questa prevalentemente maschile. La stragrande maggioranza matura alla vita, quando avviene, in contesti diversi: la famiglia anzitutto, il parentado, le consociazioni di varia indole, gli apprendistati, le botteghe, i cantieri, i laboratorii, l’episcopio o la canonica, e la corte principesca o regale. Il controllo di codesti ambiti può certo riuscire arduo, ma è di certo ineludibile. La nostra voce deve così includere e la complessiva evoluzione della vicenda (1.), e il censimento, almeno, delle variegate proposte (2.), delle concorrenze più significative (3.) nella valutazione della storiografia più accreditata; per concludere sugli esiti (4.).

1.​​ Evoluzione storica.​​ Anzitutto un cenno di periodizzazione. È ovvio che il discrimine che fa capo al 476 è del tutto convenzionale. Tra la Tarda Antichità del sec. IV e l’Alto M. del sec. VII le vischiosità sono innumerevoli e della più disparata indole [2]. Sulla metà del sec. VI, tragicamente decisiva, deflagra però la peste giustinianea, che, dimezzando complessivamente la popolazione del mondo romano, stabilisce una prima lugubre cesura. E altrettale divario opera, a valle dell’Evo Medio, l’altra peste, la Grande, che spopola l’Occidente sulla metà del sec. XIV [3]. Tra l’una e l’altra funerea iattura si inscrive la nostra storia.

1.1.​​ Secc. VI-VII: la persistenza della educazione antica.​​ La travagliata convivenza tra Romani e Barbari, se impone ai primi forzosa rassegnazione, non accorda per ciò stesso agli altri sfrontata esuberanza. Indiscutibile era per i sopravvenienti la dignità e il prestigio della cultura degli indigeni; e tanto consente, negli insediamenti barbarici, in Africa, in Spagna, nella Gallia meridionale e in Italia, la relativa sopravvivenza delle idealità e delle metodologie della cultura già accreditata. Allorché in Spagna, ove i Visigoti erano entrati come alleati dell’Impero, il principe svevo Miro chiede all’arcivescovo Martino di Braga, originario a sua volta della Pannonia (†579), prospettive di condotta degna, ne ottiene una​​ Formula vitae honestae.​​ Codesta guida alla rettitudine non si appella alle acerbe prescrizioni evangeliche, ma propone, togliendolo a​​ ​​ Seneca, il programma delle quattro virtù cardinali. Non ci riesce di sapere se Miro ne abbia tratto profitto, ma sta di fatto che il sistema basato sulla​​ quadriga virtutum,​​ manterrà, fino a tutta la​​ Rinascenza carolingia​​ e oltre credito persistente [4]. In Italia, Severino Boezio († 584), illustre rampollo d’una delle più quotate famiglie senatorie, propone manuali scolastici per lo studio delle discipline del​​ Quadrivio​​ e traduce e commenta, sull’esempio delle iniziative alessandrine, parte dell’opera logica di Aristotele, introdotta dalla​​ Isagoge​​ di Porfirio. Il suo​​ De consolatione philosophiae,​​ concepito sotto il segno del​​ Commento​​ di Macrobio al​​ Sogno di Scipione,​​ e redatto ormai da detenuto, è pervaso di umori stoici e platonici. Un altro illustre funzionario di Teodorico, Cassiodoro († 580), avanza il progetto d’una Scuola superiore di scienze religiose, onde completare e coronare le scuole di mera retorica. Il disegno fallisce a Roma, ma si concreta in Calabria, nel​​ Vivarium.​​ Le​​ Institutiones,​​ che ne raccolgono le prospettive, costituiscono un vero e proprio manuale delle sette​​ ​​ arti liberali​​ (grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, astronomia e musica), ormai integrate all’interno d’una più comprensiva cultura sacra, congruamente corredate di bibliografia assortita [5]. Un altro senatore, formatosi anch’egli nella scuola antica e finito sul soglio di Pietro, Gregorio Magno († 604), si è rivelato, nonostante reiterate renitenze un eccellente pedagogo. La sua​​ Regula pastoralis,​​ un manuale per la formazione del buon pastore, vescovo o semplice prete, si guadagna tosto tanta stima da passare per accreditato, accanto alla Scrittura e alle determinazioni canoniche [6]. Straordinariamente importanti sono anche i​​ Dialogi,​​ una collezione in quattro libri di biografie edificanti atte a proporre compiute esemplificazioni di vita riuscita. In Spagna,​​ ​​ Isidoro di Siviglia († 636), di formazione monastica, ma tosto vescovo, raccoglie, nelle​​ Etymologiae,​​ la più consultata enciclopedia che il M. trovi disponibile. Venti libri che condensano tutta la cultura fruibile, dalle arti liberali alla medicina, al diritto, alla letteratura ecclesiastica e profana, alla cosmologia, alla guerra, allo spettacolo, al lavoro umano e agli strumenti che lo servono [7].

1.2.​​ La prima insorgenza della scuola clericale.​​ La Chiesa non aspetta il totale degrado delle istituzioni antiche per organizzarne di proprie. Da tempo c’è chi eccepisce che riesumare proditorie espressioni della cultura pagana possa conferire alla formazione cristiana degli incolti, minori o adulti che siano. Meglio attenersi alla saggezza garantita dei testi scritturistici. È codesto cauto proposito a suscitare e sorreggere le nuove istituzioni, monastiche, episcopali o parrocchiali che siano; ed è del tutto naturale che resti appannaggio dell’iniziativa ecclesiastica il perseguirne la realizzazione. Raccolto sotto la presidenza di Cesario di Arles († 542), già monaco a Lérins, il Concilio di Vaison (529) dispone l’istituzione di scuole aperte all’educazione di ragazzi, sia che auspicabilmente si votino alla clericatura, sia che intendano restare laici. In nessun caso si coglie che i vescovi manifestino a quest’epoca particolare interesse per le​​ arti liberali.​​ La frattura tra la programmazione classica e la nuova è ormai consumata. È invece sicuro merito della iniziativa benedettina l’aver raccolto, con il retaggio della nuova cultura, l’impegno di riassettarne i contenuti, riducendo eccedenze e ricuperando improvvide remissioni [8]. In Britannia, lungo tutto il sec. VI, la cultura celtica si è sviluppata in relativo isolamento; tosto però la evangelizzazione reca sulle isole britanniche il fascino della tradizione romana. La perfusione che progressivamente vi si consuma suscita sì alti fervori da travasarne la fecondità prima sulla Gallia e quindi su tutto il continente. Per l’indigeno il latino resta tuttavia idioma estraneo. Si sarebbe potuto tradurne i prodotti utili; e invece si preferisce impararlo. Anzitutto ricorrendo a Donato [9.10], e poi accedendo gradualmente alle produzioni eccellenti che il latino ha espresso. Ed eccolo il segreto incentivo del reiterato peregrinare di Benedetto Biscop († 690), abate, tra Jarrow e Roma, gravato ad ogni rientro da sarcine di libri. Jarrow è l’una delle grandi abbazie della Northumbria, cui si deve la formazione di Beda il Venerabile († 795). Oblato, settenne a Wearmouth, si era tosto stabilito a Jarrow, ove insegnò incessantemente per quarant’anni. Non si può non richiamare taluno dei suoi titoli:​​ De orthographia,​​ De schematibus et tropis,​​ De metrica ratione,​​ e poi il​​ De rerum natura,​​ e soprattutto la​​ Historia ecclesiastica gentis Anglorum,​​ la più trascritta, nel seguito, delle produzioni di Beda. Quando egli morì, il suo discepolo Egberto ebbe modo di raccogliere l’oblazione di Alcuino, cui passò esaltati i nuovi interessi culturali, preparandolo con ciò stesso a divenire l’istitutore dell’Europa carolingia.​​ 

1.3.​​ Concorrenze laicali.​​ Per quanto volenterosa, l’iniziativa benedettina non può manifestamente coprire l’intiero continente, né sovvenire a tutte le necessità del caso. È facile sorprendere presso le corti dei varii dignitarii giovani dignitarii servire quali apprezzati funzionarii. Il caso di Didier († 655), futuro vescovo di Cahors, può riuscire esemplare. Deve alla propria famiglia la prima educazione; la madre, anzi, ne conforta la maturazione, consegnando a patetiche lettere le sue trepide aspettative. Alla corte di re Dagoberto, ove incontra altri giovani intenti a prepararsi sotto la direzione del prefetto di corte a futuri incarichi amministrativi, Didier lavora a sua volta come tesoriere. Alla stregua della madre di Didier, più d’un ecclesiastico, vescovo o abate, è chiamato a disegnare congrue prospettive per ogni buon proponimento, dando così vita ad una cospicua serie di proposte di comportamento, gli​​ Specula,​​ un genere che troverà nel seguito prossimo e remoto pertinace interesse. Paolino d’Aquileia († 802) compone, prima del 799, un​​ Liber exhortationis ad Heiricum,​​ per il duca Eric di Friuli, l’uno dei più abili generali di Carlomagno; Alcuino di York († 804), dedica prima (ca. 800) un​​ De virtutibus et vitiis​​ al margravio Wido di Bretagna, e quindi (801-4) la​​ Disputatio de rhetorica et de virtutibus​​ a Carlomagno; Smaragdo di St.-Mihiel († 825-30), una​​ Via regia​​ (814-16) a Luigi il Pio; Giona d’Orleans († 843), un​​ De institutione regia​​ a Pipino I d’Aquitania; Sedulio Scottus († 860), un​​ Liber de rectoribus christianis,​​ a Lotario II, e per finire, Hincmaro di Reims († 882), un​​ De regis persona et de regis ministerio​​ (873), più un​​ De ordine palatii,​​ a Carlo il Calvo [11].

1.4.​​ Sec. VIII-IX: il riordino carolingio.​​ Di una via regia, re Carlo aveva di certo impellente bisogno. Venuto alla cultura solo da adulto, penò non poco per apprendere da Pietro di Pisa rudimenti elementari, ma si giovò della intelligente assistenza di Alcuino († 804). Con una​​ Admonitio generalis​​ e l’Epistola de litteris colendis​​ inaugura la produzione legislativa scolastica, cui concorreranno i suoi successori: «Si persegua in ogni vescovado e in ogni monastero la lettura dei Salmi, il canto, il computo e lo studio della grammatica; e altrettanto facciano le parrocchie rurali nel loro piccolo» [12.13.14]. Il volenteroso impegno si realizza al meglio nelle grandi abbazie: St.-Denis, St.-Wandrille, St.-Riquier, Corbie, Reichenau, St.-Emmeran, St.-Gallen. Lungo il sec. IX le supreme cure passano, prima a Luigi il Pio (778-840), e quindi a Carlo il Calvo (823-877). Con il primo collaborano validamente il tedesco Rabano Mauro († 856), abate di Fulda e poi arcivescovo di Magonza; e l’aquitano Giona d’Orléans († 843), vescovo della stessa. A Rabano la nostra storia deve una​​ Institutio clericorum,​​ un manuale ormai convenzionale per la formazione del clero, e poi un​​ De rerum naturis et verborum proprietatibus et de mystica earumdem rerum significatione,​​ una singolare enciclopedia, che, se raccoglie per un verso l’eredità di Isidoro di Siviglia, per l’altro la sopravvanza, corredandone sistematicamente le materie con assortite illustrazioni. A Giona viene anzitutto accreditato un​​ De institutione laicali.​​ Il conte Manfredo, destituito nell’828, perché ribelle, da Luigi il Pio, gli aveva chiesto qualche indirizzo di vita onesta per quanti​​ uxorio vincolo ligantur.​​ Giona replica con un manuale di vita morale. Uno​​ speculum​​ per laici, tosto affiancato dal​​ De institutione regia​​ sopra citato. A Carlo il Calvo presta la propria esuberante cooperazione l’arcivescovo di Reims, Hincmaro († 882). Influentissimo in terra franca e scrittore fecondo, dedica al suo sovrano il​​ De regis persona​​ e il​​ De ordine palatii​​ di cui sopra. Anche lo​​ scottus​​ Sedulio dedicava il suo​​ Liber de rectoribus christianis​​ (855-59) a Lotario II; e se la penuria di fonti non consente di ipotizzare collaborazioni ulteriori, la composizione si rileva uno dei prodotti più interessanti che la nostra storia possa riesumare nel periodo. Sull’esempio della​​ Consolatio​​ boeziana esso propone venti capitoli di prose intercalate da tratti in versi di metro sempre variato. La dignità regale è radicalmente ministeriale nel contesto della trascendente dominazione di Dio. Devono per ciò stesso riuscire ineccepibili e il servizio e il servitore. Nello stesso arco di tempo insiste il singolare​​ Liber manualis​​ accreditato a Dhuoda di Settimania. Aveva sposato, nell’821 a Aix-la-Chapelle, il conte Bernardo di Settimania, ed ebbe da questi Guglielmo, cui, sedicenne, è dedicato il​​ Liber.​​ Redatto a Uzès tra la fine dell’841 e l’inizio dell’843, vuole essere per l’adolescente primogenito l’affidabile guida del vero aristocratico [15.16].

1.5.​​ Sec. X-XI: Infausti inceppamenti.​​ Le iniziative carolingie si esauriscono lentamente sull’inizio del sec. X. E tuttavia il pregiudizio di un torpido globale offuscamento, a trista conseguenza delle sciagurate irruzioni di Normanni, Ungari e Saraceni, è decisamente smentito dalla storiografia più aggiornata e attenta [17]. Persistono generose velleità. Re Alfredo il Grande (849-901), nel Wessex, aspira a ricreare i fasti di Carlomagno; e Ottone I (912-973), anch’egli Grande, perseguirà, con qualche successo in Italia, analoghi propositi. Resta confortante, nonostante l’una o l’altra contingente riserva, una residua vitalità delle istituzioni monastiche, mobilitate e rinvigorite dalle riforme clunisiane. Particolarmente feraci sono, ai nostri interessi, Cluny, anzitutto, ove Oddone († 942), di famiglia aristocratica e colto di suo, prima canonico di s. Martino di Tours e poi abate, si occupa appassionatamente di scuole e nella​​ Vita S. Geraldi confessoris,​​ biografia del conte Geraldo d’Aurillac, morto cinquantenne, può proporre un persuasivo ideale di vita compiuta. E poi Fleury, ove opera, autorevole e fecondo, l’abate Abbone († 1004) e si può leggere, redatto da tale Isembardo, uno​​ Speculum puerorum.​​ E quindi Micy; St.-Martial di Limoges; Fécamp; Jumièges; Mont St-Mihiel; Bec-Helloin, in Francia.​​ Nelle terre dell’Impero, Corvey; Gandersheim, ove poetessa, drammaturga e commediografa, Hrosvitha († ca. 1000) può proporre, pur ispirandosi a Terenzio, scenografie volenterosamente edificanti a illetterati e meno [16]; Tegernsee; St. Emmeran; Reichenau; St. Gallen. La produttività monastica dedica precipuo interesse alla​​ agiografia.​​ Però più che mera ricerca di tutorio patrocinio, essa tende ormai ad accreditare al titolare tal corredo di virtù da sollecitare discretamente volenterosa emulazione. Il santo, oltre che provvido protettore, autorevole mediatore nei confronti d’una divinità imperscrutabile, è anche esempio canonizzabile di vita compiuta [18.19].

1.6.​​ Scuole municipali.​​ Il ricupero e lo svi-luppo degli spazi urbani, maggiori e minori, in Italia anzitutto, e poi qua e là in Europa a cominciare dal nord, offre all’educazione nuove opportunità. Ovunque prosperano, più o meno floride scuole municipali. A Reims opera Gerberto d’Aurillac († 1003), docente illustre nell’insegnamento delle​​ arti​​ del​​ quadrivio,​​ finito precettore di Ottone III, e poi papa col nome di Silvestro II [20]. A Chartres, Fulberto († 1028) avvia la scuola che diventerà famosa nel sec. XII [21]. Lo schema delle​​ Sette arti,​​ cui codeste scuole ancora si affidano, sollecitato ormai per più versi, è prossimo ad esuberare da ogni lato [22]. La rilettura cristiana lo aveva piegato a funzioni propedeutiche nei riguardi della scienza sacra; ora il ricupero di eterogenee eppur feconde tradizioni classiche, facenti capo a Plauto, Terenzio, Cicerone, Catullo, Ovidio, Seneca, Giovenale, Orazio, Servio (cfr. il​​ Libellus scholasticus​​ di Egbert di Liège) rendono turgido lo schema in vista di venture efflorescenze [23.24].

1.7.​​ Sec. XII-XIV: Le nuove effervescenze.​​ Venendo al sec. XII, e ai seguenti XIII e XIV, convenzionalmente la storia dell’educazione cede a quella delle istituzioni scolastiche: la scuola episcopale, per il primo, e l’università, per gli altri. Quanto sia fallace codesto affidamento può essere significato al meglio dal​​ Lai d’Aristote​​ di Henri des Andelys, attivo a Parigi tra il 1220 e il 1240 [25]. Aristotele rimprovera ad Alessandro corriva condiscendenza nei riguardi di certa concubina, da cui però viene lui stesso sedotto. Morale: se non può nulla la scienza contro la seduzione femminile, una compiuta educazione non può essere delegata alla scuola.

1.7.1.​​ Sussidii tecnici.​​ Gli espedienti atti a raggiungere la preponderante massa di soggetti, per i quali la scuola non è nemmeno remota evenienza, si fanno ora innumeri. Resta tuttavia ancora intentato il controllo esaustivo di tutte le disponibilità fruibili. Anzitutto nell’ambito delle​​ tecniche letterarie.​​ I progressi a partire dal sec. XI, dell’alfabetizzazione [26.27] inducono la proliferazione di sussidii disparati, sia per l’apprendimento della mera arte dello scrivere [28], sia, a fini di più sostanziale profitto, nella​​ manualistica grammaticale.​​ Straripano le tradizioni di Donato e Prisciano; e mentre la​​ Summa Prisciani​​ di Pietro Helias (ca. 1150) trova l’onore di essere accolta nello​​ Speculum doctrinale​​ di Vincenzo di Beauvais († 1264), nel 1199, per l’acculturazione dei due nipoti del vescovo di Dol-de-Bretagne, Giovanni de la Mouche, Prisciano in persona deve vestire contro voglia le incomode misure dei 2645 esametri del​​ Doctrinale​​ di Alessandro di Ville-Dieu († 1240) [9.29]. Ancora ad esordienti, giovani e meno, sono dedicate le​​ Artes dictaminis,​​ tra la fine del sec. XI e il sec. XIV. Esse rappresentano prima una ricerca di stile, e poi la rassicurante convenzionalità delle varie cancellerie, municipali, ecclesiastiche o principesche. Scuole diverse, facenti capo a Bologna, Orléans e Parigi, formano innumeri precettori e tecnici, tra Alberto di Montecassino († 1087) e Lorenzo di Aquileia († 1300) [30]. Ma oltre all’arte della composizione, c’è, per l’adulto accreditato, quella della​​ comunicazione omiletica:​​ l’Ars praedicandi​​ [31.32], alimentata a sua volta, da sussidii di varia indole, florilegii, bestiarii, fiorarli, lapidarli, e quant’altro [33.34]. Inequivoco urge l’assillo per la varietà degli interlocutori. Monaci e monache, canonici, prelati e chierici semplici, studenti, coniugati, donne, artigiani e professionisti; gli esterni, giudei, musulmani, catari e quant’altro; sono tutti fatti oggetto di peculiare discrezione. Ulteriore attenzione merita la​​ drammatizzazione.​​ Benché circolino discretamente e Plauto e Terenzio, non è ad essi che il​​ Ludus​​ medievale si ispira; è piuttosto l’equivalenza​​ ludus sive exemplum​​ che accredita la drammaturgia lungo il sec. XI e seguenti. Le fatali eccedenze che la secolarizzazione induce sono debitamente censurate. La​​ Eruditio didascalica​​ di Ugo di St.-Victor († 1141) prevede la​​ theatrica​​ [35.36]. Oltre che in sacra rappresentazione, la vivacità dell’animazione si produce in epopee allegoriche di varia indole e misura, rubricate​​ Altercano,​​ Certamen,​​ Conflictus,​​ Causa;​​ che mettono a confronto l’uomo e la morte, la carne e lo spirito, i vizii e le virtù, e financo le complementari adolescenze di Elena e Ganimede, Fillide e Flora, Fiorenza e Biancofiore. E non è tutto, giacché di animazione si alimenta il ricupero della​​ favolistica​​ del​​ Novus Hesopus​​ o del​​ Novus Avianus,​​ ad edificazione dei piccini e meno [37.38]. Ogni comunicazione resta tuttavia precaria se non se ne sollecita la congrua assimilazione. E così l’educazione medievale dedica alla​​ mnemotecnica​​ l’interesse, che, in temperie di prevalente oralità, non può non meritare [39].

1.7.2.​​ Trattatistica pedagogica.​​ Un sì imponente arsenale di tecniche letterarie è naturalmente funzionale nei confronti della cospicua produzione pedagogica disponibile. Si tratta anzitutto di​​ trattatistica strategica,​​ e meramente​​ programmatica​​ e positivamente​​ prospettica.​​ Un esempio eccellente di​​ trattatistica programmatica​​ è proposto dal già citato​​ Didascalicon​​ o​​ Eruditionis didascalicae libri septem​​ di Ugo di St.-Victor († 1141). Altrettanto apprezzabile è l’Heptateuchon​​ di Teodorico di Chartres († a. 1155), un’imponente introduzione all’enciclopedia delle scienze, particolarmente documentata circa le fonti cui di caso in caso attinge. La trattatistica prospettica, in una temperie in cui un diffuso platonismo sollecita brame e nostalgie del Valore assoluto, vede affluenze più che volenterose. Il misterioso Onorio Augustodunensis († 1152) delinea le sue ardimentose prospettive prima nel​​ De animae exilio et patriae​​ e quindi nella​​ Scala coeli;​​ Herrad di Landsberg († 1195), badessa di Hohenburg, in Alsazia, le adotterà per le sue consorelle nel suo​​ Hortus deliciarum.​​ Bernardo Silvestris († ca. 1160) dedica a Teodorico di Chartres, la sua​​ Cosmographia,​​ conclusa nel 1147. Attingendo, più che alla Bibbia, a Virgilio e Ovidio, delinea nella sua prima parte, aperta al​​ megacosmos,​​ come il​​ Noùs​​ metta ordine e bellezza nell’universo, in cui si incastona l’uomo, il​​ microcosmos,​​ del quale la seconda parte dell’elaborato racconta la formazione, con l’aiuto di​​ Urania​​ e​​ Fysis,​​ e dice il difficile equilibrio. Analoghe coordinazioni tenta Alano di Lille († 1203), con il​​ Deplanctu naturae​​ (ca. 1165) e l’Anticlaudianus​​ (ca. 1182). È degna di nota, a questa data, la simpatia per​​ ​​ Aristotele, contro Platone, che Alano apertamente dichiara [40]. Evochiamo per ultimo lo​​ Speculum universale,​​ il capolavoro di Randolfo Ardens († 1200), non ancora apprezzato per quel che merita. Anch’egli, consapevole della strutturale fragilità dell’uomo, ne dispone la progressiva maturazione in un sistema di acquisizioni virtuose, un equilibrio in cui si compongono virtù ponderative (Virtutes discretivae),​​ virtù affettive (Virtutes affectuosae,​​ amativae​​ o​​ odiativae),​​ e virtù spregiative (Virtutes contemptivae).​​ Da richiamare anche qui che neanche Randolfo può avere sottomano i dati che Aristotele consegna alla sua​​ Etica nicomachea​​ [41].​​ La produzione prospettica,​​ non più complessiva, ma in certo modo​​ monografica,​​ cui può proficuamente attingere una storia della pedagogia, non è ancora inventariata. Qui non possiamo che segnalare gli ambiti più promettenti. La​​ Narrativa​​ anzitutto, sia che si esprima in epopea, in romanzo, in mera storia: dall’anonimo​​ Roman d’Eneas​​ (a. 1170), dall’Alexandreis​​ di Gualtero di Chatillon († 1184), al​​ De duabus civitatibus​​ di Ottone di Freising († 1158), alla​​ Historia ecclesiastica​​ di Pietro Manducator († 1179), allo​​ Speculum historiale​​ di Vincenzo di Beauvais († 1264) [42.43]. Immediatamente al seguito, la​​ Agiografia​​ [44]; sia che si esprima in​​ composizioni seriali,​​ sia che proponga monograficamente singole​​ Vitae,​​ sia che selezioni in​​ exempla​​ comportamenti notevoli. Lo​​ Speculum historiale​​ di Vincenzo di Beauvais, appena citato, apre non meno di novecento dei suoi tremilaottocento capitoli a​​ Vitae​​ e​​ Miracula​​ [45.46.47]. Tipici nel genere restano e la​​ Legenda aurea​​ di Giacomo di Varazze († 1298) [48], e i più contenuti​​ Speculum sanctorale​​ del domenicano Bernardo Gui († 1331) e​​ Sanctiloquium sive speculum legendarum​​ del benedettino Guido di Chartres († 1350). Queste due ultime rubriche consentono di richiamare ancora il genere degli​​ Specula,​​ di cui abbiamo fatto menzione ai primordii. Naturalmente ci sono​​ specula​​ per tutti: per il semplice cristiano (Speculum humanae salvationis);​​ per il laico (Sp. laicorum); per il chierico (Sp. clericorum); per il ragazzo (Sp. puerorum);​​ per i reggitori in carica o in aspettativa (Sp. principis)​​ [11.49]; per le loro consorti (The mirror of the Queen)​​ [50.51]; per le vergini (Sp. virginum)​​ [52]; per le beghine (Mirouers des simples ames anienties​​ di Margherita Porete, † 1310); per il curiale e il cavaliere (Policraticus​​ di Giovanni di Salisbury, † 1180;​​ Libre del Ordre de Cavalleria,​​ di Raimondo Lullo, † 1316) [53.54]; per il magistrato esordiente (Sp. iuris​​ di Guglielmo Duranti Speculator, † 1296); per il libertino giulivo (Sp. amatorum mundi o peccatoris);​​ per lo sciocco idiota (Sp. stultorum​​ di Nigel Wireker, † 1207). Per tutti e ciascuno la prospettiva di un comportamento esemplare [45.55.56]. Le strategie più elaborate esprimerebbero tuttavia mere velleità se non se ne perseguisse la disciplinata prosecuzione. Di ciò si occupa pertinacemente la​​ trattatistica tattica;​​ ed è facile immaginare quanto risulti opulenta e zelante la strabiliante concorrenza. C’è anzitutto la​​ produzione​​ propriamente​​ catechetica​​ dalle misure minime dei​​ settenarii​​ (vizii, virtù, doni dello Spirito S., opere di misericordia) [57.58.59], all’Elucidarium​​ di Onorio Augustodunensis († 1140), nel quale l’avventura umana è inserita tra il primordiale avvio e l’esito definitivo. Altissima qualità dimostrano il​​ De sacramentis christianae fidei​​ di Ugo di St.-Victor († 1141); il​​ Compendium theologicae veritatis​​ di Ugo Ripelin († 1268); il​​ Breviloquium​​ di Bonaventura di Bagnoregio († 1274); la stessa​​ Summa theologiae​​ di Tommaso d’Aquino († 1274),​​ proposta​​ ad eruditionem incipientium;​​ e comunque il​​ Rotulus pugillaris​​ di Agostino di Dacia (t 1285), elaborato​​ pro instructione iuvenum.​​ La​​ produzione omiletica,​​ immensurabile, e tuttavia manifestamente pertinente, in particolare per le insistenti applicazioni​​ ad status,​​ ha già riscosso attenzioni mirate. Qui basterà richiamare i saggi complessivi già citati [32.33.34.60] e una preziosa nota di A. Vauchez [61], dedicata alla diffusione e alla recezione del messaggio religioso. Un terzo genere di trattatistica tattica raccoglie la​​ produzione parenetica,​​ essa pure considerevolissima e per buona parte raccolta nel prezioso repertorio di M.W. Bloomfield [59]; dalla​​ Disciplina clericalis​​ di Pietro Alphonsi († 1140); al​​ De disciplina scholarium​​ (1230-40) dello Ps. Boezio; allo​​ Speculumi maius​​ di Vincenzo di Beauvais; alla​​ Vita scholastica​​ di Bonvisin da la Ripa († 1315); al​​ De institutione vitae​​ di Riccardo Rolle di Hampole († 1349); all’Horologium sapientiae​​ di Enrico Suso († 1366). Non può essere trascurata inoltre la​​ produzione censoria.​​ Anche qui qualche provvido consuntivo ci facilita il compito, giacché il genere risulta affollatissimo. Le rubriche di cui codesta storiografia si interessa possono riuscire repellenti. Ma ciò non toglie che, a partire dal​​ Corrector et medicus (Decretorum l. XIX)​​ di Burchard di Worms († 1025), le varie​​ Summae confessorum,​​ i varii​​ Manualia curatorum,​​ gli innumeri​​ Poenitentialia,​​ raccontano più di quanto non si immagini dell’indefessa condiscendenza che, in una sorta di persistente educazione, sollecita l’uomo del M. a ricuperare per continuare a vivere [62.63.64]. La produzione maggiore di Giovanni di Freiburg († 1298), una​​ Summa confessorum​​ e il​​ Tractatus de instructione confessorum,​​ apprezzatissimi, può riuscire, nel caso, esemplare. Non vogliamo tralasciare, per finire con la pubblicistica pedagogica tattica, il contributo che viene al riguardo dalla​​ satira.​​ Che essa si produca in latino o in volgare, in prosa o in versi, in privato o sul proscenio, di certo fa da estrema acerba sanzione, in un contesto già culturalmente evoluto e perciò suscettibile di sofferenza e capace di nausea. Dall’Ysengrinus​​ di Nivard di Gand († 1148), al​​ Pange lingua Magdalenae​​ di Filippo di Grève († 1236), tutti, con altri innumeri censori, assolvono al meglio il loro serioso compito [65.66].

2.​​ I​​ destinatarii dell’educazione.​​ Stante il costo dei materiali scrittorii e le difficoltà tecniche della riproduzione dei testi, il M. vive in costante oralità [67]; una oralità, per giunta, che, fatte salve marginali eccedenze, è sostanzialmente monodica. A gestirne infatti il sistema non c’è che il clero, il soggetto cui è sopravvenuto l’onere suppletorio d’ogni residua iniziativa. Di contro, per ciò stesso, a sostenere il ruolo di destinatario, non c’è il minore, cui convenzionalmente si accredita naturale duttilità, ma il laico, l’uomo attuale o potenziale cristiano, tra battesimo e unzione. Naturalmente egli attraversa, evolvendo, stagioni diverse. Isidoro di Siviglia ne conta non meno di sei:​​ infantia,​​ pueritia,​​ adolescentia,​​ iuventus,​​ gravitas​​ e​​ senectus​​ (Etym.,​​ XI, 2). E però ben di più e di meglio può esprimere il recente saggio di J. A. Burrew,​​ The ages of Man​​ (Oxford, 1986).

2.1.​​ Il​​ minore: modelli culturali.​​ Le valutazioni tanto minimaliste quanto sommarie di P. Ariès (1970, 1973) hanno comunque sortito l’esito di concentrare sul tema dell’infanzia medievale interessi prima lesinati. Segnaliamo qui qualche consuntivo:​​ M. Winter,​​ Kindheit und Jugend im Mittelalter​​ (Freiburg, 1985);​​ R. Carron,​​ Enfant et Parenté dans la France médiévale,​​ Xe-XIIIe​​ siècles​​ (Genève, 1989);​​ S. Shahar,​​ Childhood in the Middle Ages​​ (London, 1990); A. Giallongo,​​ Il​​ bambino medievale. Educazione e infanzia nel M.​​ (Bari, 1990); D. Alexandre-Bidon,​​ Grandeur et renaissance du sentiment de l’enfant au Moyen Age,​​ in «Histoire de l’Éducation» (1991, 39-63). Prima e durante e dopo le età più duttili, legittimo o bastardo, il ragazzo medievale assume auspicati o forzosi ruoli di sicuro rilievo. A otto anni Jean de Brie († ca. 1379), conduce al pascolo le oche, a dieci accudisce ai maiali, a quattordici provvede a duecento ovini, diventa quindi intendente di un consigliere parlamentare, frequenta l’università, è presentato a corte, ove Carlo V di Francia gli sollecita la stesura del​​ Traité de l’art de bergerie,​​ che lo renderà famoso. I​​ ruoli​​ meglio identificabili possono essere ricondotti a tre, l’ultimo dei quali è di fatto plurimo. Il primo è l’oblatura, una sorta di professione religiosa presuntiva. La​​ Regula Benedicti​​ e le​​ Consuetudines monasticae​​ descrivono il rito: durante la liturgia della Messa, il genitore presentando le offerte avvolge anche la mano del figlio nella tovaglia dell’offertorio; poi sottoscrive eventualmente la cessione; spetta quindi all’abate benedire il saio e rivestire il ragazzo dopo averlo tonsurato. Non senza traumi, ma senza soverchie angustie, come annota M. Lahaye-Geusen,​​ Das Opfer der Kinder: Ein Beitrag zur Liturgie und Sozialgeschichte des Mönchtum​​ im Hohen Mittelalter​​ (Altenberge, 1991).​​ Studente​​ è infatti un altro dei ruoli che il ragazzo medievale riveste, come e quando può. Un ruolo multiforme, giacché assume indole e consistenza in contesti disparati. Diversa è infatti la situazione dello studente nel chiuso del chiostro, da quella dello studente in locazione nelle dipendenze della cattedrale, o ospite del docente affidatario, o nel collegio accreditato, o presso l’una e l’altra delle molteplici disponibilità dell’università (L. Moulin,​​ La vie des étudiants au Moyen Age,​​ Paris, 1991). Un terzo ruolo proposto al ragazzo medievale, di fatto molteplice, è quello dell’apprendistato,​​ ovviamente aperto alle innumeri disponibilità fruibili, qualora naturalmente di caso in caso gli riescano. Esso comincia appena a suscitare l’interesse che merita. Si controllino​​ H. Felzer,​​ Jugend in der mittelelterlichen Ständegesellschaft. Ein Beitrag zum Problem der Generationen​​ (Wien, 1971);​​ Les entrées dans la vie,​​ initiations et apprentissages​​ (Nancy, 1982).

2.2.​​ L’adulto: modelli culturali.​​ Come abbiamo lasciato intendere, l’uomo medievale non può mai considerare conclusa la propria preparazione alla vita. Questa, oltre tutto, si apre a stadii intemporali, rispetto ai quali ogni previo avvio non può che essere provvisorio. Come non tentare di soccorrere l’assillo dell’adulto con congrua sollecitudine? Naturalmente, così come si presta al bambino, al ragazzo e all’adolescente assistenza tatticamente assortita rispetto ai ruoli che in concreto essi sviluppano, così anche qui è espediente altrettale determinazione. E di fatto dai​​ Praeloquia​​ (934-36) di Rather di Verona († 974) agli esuberanti sermonarii di un Raoul Ardent († 1200), di un Alano di Lille († 1203), di un Pietro di Poitiers († 1205), di un Giacomo di Vitry († 1240), o di un Guiberto di Tournai († 1284), i chierici non hanno cessato di interessarsi da presso alla vita del laico, e domestica e professionale, consapevoli dei triboli che fatalmente lo affliggono. È anche qui scontato che, al fine di serrare allo stremo l’essenziale, non si può non schematizzare, e nel caso lo si può fare senza pregiudizio sulla scorta di consuntivi già accreditati. Consideriamo affidabili:​​ H. Fichtenau,​​ Lebensordnungen des 10. Jahrhunderts. Studien über Denkart und Existenz im einstigen Karolingerreich​​ (Stuttgart, 1984); H.-W. Goetz,​​ Leben im Mittelalter vom 7. bis zum 13. Jahrhundert​​ (München,​​ 1986);​​ L’uomo medievale​​ (Bari, 1987). Il controllo degli apporti che essi recano alla storia che ci interessa rivela particolarmente promettenti il ruolo del​​ laicato,​​ anzitutto, nelle peculiarità che lo sostanziano, la sessualità, la nuzialità e la famiglia; il ruolo della professionalità​​ (ministerium),​​ che pratica in agricoltura, artigianato, mercatura, milizia e officialità amministrativa; il ruolo della​​ clericatura,​​ che esprime pastorale, predicazione e scolarità; e quello, naturalmente della​​ vita monastica​​ o​​ regolare,​​ che importa, oltre alle espressioni già sostenute dalla caricatura, anche certa tensione a vita di più esaltata perfezione. Circa il​​ laicato​​ e le sue peculiarità suggeriamo il controllo del saggio complessivo di A.​​ Vauchez,​​ Les laïcs au Moyen Age. Pratiques et expériences religieuses​​ (Paris,​​ 1987); e delle monografie che elenchiamo: J. Goody,​​ The development of the family and marriage in Europe​​ (Cambridge, 1983); D. Herlihy,​​ Medieval households​​ (Harvard, 1985); J. A. Brundage,​​ Law,​​ sex,​​ and Christian society in Medieval Europe​​ (Chicago, 1987).​​ Nell’ambito delle professionalità (ministeria)​​ si può considerare fruibile la miscellanea già citata,​​ L’uomo medievale​​ (Bari, 1987). Il ruolo denominato​​ milizia e cavalleria,​​ per una storia della pedagogia medievale che voglia restare proba, deve essere ristudiato. Il cavaliere resta soprattutto un uomo di guerra, e di tanta peculiarità prende piena coscienza già sugli inizii del sec. XI. L’orgoglio di appartenere ad un lignaggio di prodi lo esalta, contrapponendolo al resto del laicato. Il reclutamento inoltre finisce poco a poco per essere riservato alla discendenza, maschile ovviamente, che il corpo coopta nella cerimonia dell’investitura: una cerimonia laica all’origine, lungo la quale si rimettevano al quindicenne postulante l’arma e l’armatura. E così la classe si chiude su se stessa, e dacché vive di guerra, effettiva o mimata, non può sempre riscuotere i consensi altrui. L’ideale di un umanesimo cavalleresco deve essere probabilmente ridimensionato. Riescono in ogni caso espedienti il saggio di J. Fiori,​​ L’idéologie du glaive. Préhistoire de la Chevalerie​​ (Genève,​​ 1983), e i contributi di F. Cardini, condensati nel capitolo «Il guerriero e il cavaliere» del già citato​​ L’uomo medievale​​ (pp. 83-123). All’officialità amministrativa, alle difficili virtù che essa esige, è aperta la miscellanea curata da J.​​ Fleckenstein,​​ Curialitas. Studien zu Gründfragen der höfischritterlichen Kultur​​ (Göttingen, 1990). Per la​​ clericatura​​ resta ancora fruibilissimo il saggio di​​ F.W. Oediger,​​ Über die Bildung der Geislichen im späten Mittelalter​​ (Leiden, 1953). Per il tratto antecedente concorre validamente il più recente contributo di J.​​ Laudage,​​ Priesterbild​​ und Reformpapsttum im 11. Jahrhundert​​ (Köln,​​ 1984). Sulla vita​​ monastica e regolare,​​ la bibliografia è enorme. Il più recente consuntivo fruibile è il​​ Medieval monasticism. Forms of religious life in Western Europe in the Middle Ages,​​ di C. H. Lawrence (London, 1989); avvia, oltretutto, compiacentemente a bibliografia più impegnativa.

3.​​ Le istituzioni attive.​​ Evochiamo anzitutto la​​ ​​ famiglia.​​ Tipologia e struttura della famiglia medievale sono quanto mai vaghe. Ne fanno certo parte i soggetti che dividono lo stesso sangue, i consanguinei; ma non solo. Accedono​​ cognati,​​ proximi,​​ familiares,​​ vicini,​​ una folla di consociati che può raggiungere gli estremi della tribù. Il modello canonico di cellula elementare, monogamica, indipendente e autosufficiente, è tardivo e a tutto il sec. XIII risulta complessivamente poco o punto attestato. Nell’insieme il casato, la​​ domus,​​ assolve comunque la sua funzione incubatrice, pur in congiunture singolarmente aspre [68], Per cominciare, i coniugi non convengono anagraficamente alla pari. Non sono mai coetanei. La ragazza è accasata al più presto; fin troppo presto per la Chiesa, che fisserà sui dodici anni l’età minima (cfr.​​ Decret. Greg. IX.​​ IV, II, 6 di Alessandro III). Il matrimonio precoce costituiva espediente abituale per evitare che, nell’eventualità della morte del genitore, le risorse familiari rientrassero nelle disponibilità del superiore conferente; anche nelle corporazioni, onde supplire alla scomparsa del titolare dell’esercizio, la vedova risposava. Però, accoppiata in età minima, magari a coniuge disamato, la donna non può non trovarsi esposta alle dolci circonvenzioni di più congeniali​​ iuvenes​​ in aspettativa. Il maschio raggiunge al contrario maggiore età, il trentennio, prima di sposare, e ciò non può non porre ai suoi comprensibili spasimi più di un problema. A mettere tutto in conto, l’incidenza d’una mortalità infantile incombente fino a tutto il sesto anno, la precocità dell’avvio alla vita, nubilità e apprendistato, e per finire la più che plausibile assenza di nonni, non si può non concludere quanto scarso sia l’ambito d’una ingenua infanzia. Troppo poco, perché una parvenza di personalità vi possa anche solo germinare. Comunque la​​ famiglia​​ costituisce di fatto il grembo primordiale dell’educazione medievale. Ai sussidii citati a proposito del​​ minore,​​ aggiungiamo qui, le recenti miscellanee​​ Haus und Familie in der spätmittelalterlichen Stadt​​ (Hrsg. A. Haverkamp, Köln, 1984);​​ Haushalt und Familie in Mittelalter und früher Neuzeit​​ (Hrsg. T. Ehlert, Sigmaringen,​​ 1991), e infine​​ Femmes,​​ mariages,​​ lignages: XIIe​​ - XIVe​​ sièc.​​ (Mélanges offerts à G. Duby, Bruxelles, 1992).​​ Finitime e talora invasive nei confronti della famiglia, si impongono esigenti le​​ Consociazioni.​​ Ne abbiamo segnalato la pertinenza dicendo dell’oblatura​​ e dell’apprendistato​​ negli ambiti, naturalmente delle varie​​ professionalità.​​ Non aggiungiamo nulla. La​​ scuola​​ invece si è tagliata purtroppo la parte prevalente nella storia dell’educazione medievale. Una sua promozione l’ha comunque esercitata; ed è probo, fatta salva l’eccezione più volte avanzata, riconoscerne qui il legittimo merito. All’avvio essa è​​ monastica,​​ municipale​​ e​​ cattedrale;​​ evolve poi in​​ università.​​ I titoli, se non maggiori, più aggiornati sono stati annotati in​​ ​​ Scolastica​​ e​​ Pedagogia.​​ Collaterali all’istituzione universitaria, quasi altrettali trasposizioni informali, sono gli​​ Studia generalia,​​ centri di studio provinciali, accreditati dall’uno o dall’altro Capitolo generale o dalla diretta autorità del superiore generale dell’uno o dell’altro Ordine regolare. Molti ne dispongono, traendone effettivamente profitto ai fini di una sempre più accurata selezione del personale (cfr. W. A.​​ Hinnebusch,​​ The history of the Dominican order,​​ II:​​ Intellectual and cultural life to 1500,​​ New York, 1973; M. M. Mulchahey,​​ «First the Bowis Bent in Study»: Dominican​​ Education before 1350, Toronto, Canada, Pontifical Institute of Mediaeval Studies. Studies and Texts, 132, 1998). Per ultima, ma proprio per l’immensurabile imponenza della sua funzione, evochiamo la​​ ​​ Chiesa.​​ Dicendo della famiglia medievale abbiamo annotato come essa si sia data cura di fissare i termini minimi della nubilità femminile. La misura fa di fatto parte dell’immane sforzo di decantare le smanie del magma demografico europeo nella disciplina della monogamia. Orbene, tale proposito fa parte, a sua volta, del più solenne impegno che la Chiesa medievale fortunosamente mantiene nei confronti dell’uomo e della sua avventura. Il caso della scuola ne è solo un aspetto. È quanto dimostrano le innumeri​​ Storie della Chiesa.​​ Ma a nostra volta riteniamo più opportuno evocare due delle più recenti e accreditate Storie dell’Europa:​​ Le Moyen Age​​ (Ed. R. Fossier, Paris, 1982-, in 3 voll.), e lo​​ Handbuch der europäischen Geschichte​​ (Hrsg. Th. Schieder. Bd. 2., Hrsg. F. Seibt, Stuttgart,​​ 1987). Al seguito tuttavia dobbiamo evocare i volumi IV-V-VI, aperti al M., nella monumentale​​ Histoire du Christianisme des origines à nos jours​​ (Cur. J.-M. M. Ayeur, C. Petri, L. Pietri, A. Vauchez, M. Venard, Paris,​​ 1990-93). Soddisfatte così le attese più impegnative, ecco un contenuto, ma prezioso consuntivo: H. Martin,​​ L’Eglise éducatrice. Messages apparents,​​ contenus sous-jacentes​​ (in «Histoire de l’Éducation», n. 50:​​ Éducations médiévales: L’enfance,​​ l’école,​​ l’Église en Occident,​​ VIe-XVe​​ siècles,​​ pp. 91-117).

4.​​ Esiti: educazione e società.​​ Gli esiti, più o meno lusinghieri, devono essere colti sul fatto. La storiografia comincia ad aprirsi a tal sorta di controllo (cfr..​​ C.​​ Gauvard,​​ De grâce espéciale: Crime,​​ État et Société en France à la fin du Moyen Age,​​ Paris, 1991, 2 voll.). Le grandi storie della Chiesa appena citate seguono passo passo la nostra epocale vicenda e ne forniscono al minuto il sommario. Al loro riconosciuto conforto aggiungiamo per chiudere un più spedito consuntivo:​​ K. Bosl,​​ Gesellschaft im Aufbruch. Die Welt des Mittelalters und ihre Menschen​​ (Regensburg, 1991).

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W. et al.,​​ Incipits of latin works on the virtues and vices,​​ 1100-1500 A.D.,​​ Cambridge, Mass., 1979; [60] Newhauser R.,​​ The treatises on vices and virtues in latin and the vernacular,​​ Turnhout, 1993; [61] Vauchez A., «Faire croire. Diffusion et réception du message religieux au Moyen Age» (in​​ Les quatre fleuves,​​ 11:​​ Transmettre la foi. La catéchèse dans l’Église),​​ Paris, 1980, 31-40; [62] Michaud-Quantin P.,​​ Sommes de casuistique et manuels de confession au Moyen Age,​​ XIIe-XVIe​​ siècles,​​ Louvain, 1962; [63] Vandenbroucke F.,​​ Pour l’histoire de la théologie morale. La morale monastique du XIe​​ au XVIe​​ siècle,​​ Louvain,​​ 1966; [64]​​ Vogel C,​​ Il peccatore e la penitenza nel M.,​​ Leumann​​ (TO), 1988; [65]​​ Lehmann P.,​​ Die Parodie im Mittelalter,​​ München, 1922;​​ Parodistische Texte,​​ München,​​ 1923; [66]​​ Payen I. Ch., «La satire anticlérical dans les oeuvres françaises de 1250 à 1300» (in​​ 1274,​​ Année charnière. Mutations et continuité),​​ Paris,​​ 1977; [67]​​ Vox intexta. Orality and textuality in the Middle Ages​​ (Ed. A.N. Doane-C. Braun Pasternak), Madison, 1991; [68]​​ Bosl K.,​​ Die «Familia» als​​ Grundstruktur der mittelalterlichen Gesellschaft​​ (in «Zeitschrift für Bayerische Landesgeschichte», XXXVIII, 403-444).

P. T. Stella




MEDITAZIONE

 

MEDITAZIONE

Un senso moderno ed ampio di m. è quello che si ispira al​​ New Age:​​ assimilazione di verità, realtà, bellezza per mezzo del corpo e dello spirito, in cui i sentimenti e l’intuizione svolgono un ruolo essenziale. Nel senso classico m. indica un esercizio spirituale: per mezzo di una costante recita / sussurrazione di parole della Scrittura (in particolare Torà e Salmi) la m. rinuncia al pensiero oggettivo e alla volontà propria, si mette nel servizio esclusivo di Dio, e in tal modo viene purificata, eventualmente illuminata (ad es. il rosario).

1. Tale esercizio è già documentato nell’AT, poi nel IV sec. in Egitto (immigrati, monaci della regola di san Pacomio). In forma variata viene pure praticata dai monaci occidentali,​​ ​​ monachesimo, e infine sostituita dalla m. ignaziana. Forme orientali di m. furono pure studiate e praticate nell’Occidente: TM = ripetere interiormente oppure sussurrare per un certo tempo, il che produce un senso di distensione. Il buddismo Theravada, per es. quello della Thailandia, pratica il sentire o vedere «soltanto una cosa»: questo suono, questa costellazione, l’entrata e l’uscita del respiro attraverso il naso. Il​​ ​​ buddismo Zen pratica lo za-zen (seduta-m.): seduto per terra, abbandonare ogni eventuale pensiero e fantasia, restando però sveglio, limitandosi a respirare soltanto. Il medico J. H. Schultz inventò il​​ ​​ training autogeno: fare in modo che le diverse parti del corpo disteso siano alternativamente pesanti e calde, ottenendo in questo modo la distensione somatica e psichica.

2. Per la prassi pedagogica è raccomandabile il limitarsi al solo guardare (la natura, l’arte...) o al solo ascoltare (suono delle campane, musica, una poesia, una parola di Gesù). Con i canti di Taizé la gioventù mondana impara il silenzio ripetendo minuti di seguito le stesse parole: «En todo amar y servir» (s. Ignazio di​​ ​​ Loyola). Nella scuola sarebbe da praticarsi il momento quotidiano di silenzio suggerito dalla​​ ​​ Montessori: seduto dritto, lo sguardo abbassato, attento soltanto al respiro. Un procedimento estetico efficace anche nel culto religioso consiste nell’osservare in modo raccolto la realtà con la quale voglio unirmi, anzitutto l’aspetto bello e impressionante, poi anche il dolore. Simone Weil raccomanda una «attention absolue» nello studio. È una fra le cose più importanti che un giovane possa imparare.

Bibliografia

Stachel G.,​​ Gebet - Meditation - Schweigen,​​ Freiburg, Herder,​​ 21993; Viotto P., «M.», in M. Laeng (Ed.),​​ Enciclopedia pedagogica,​​ vol. IV, Brescia, La Scuola, 1989, 7558-7561.

G. Stachel